In questi mesi è in giro per l’Italia con l’amico Danilo Ragona, tra sport estremi e disabilità. Ma Luca Paiardi è anche tanto altro: settimo nel ranking mondiale di tennis in carrozzina, gira l’Europa con la sua band e si occupa di accessibilità. Qui ci racconta di lui.

Esistono persone che, indubbiamente, hanno una marcia in più delle altre; non me ne vogliano i lettori ma questo è un fatto evidente. Una di queste persone è sicuramente Luca Paiardi, che molti di voi avranno sicuramente visto in tv, in coppia con l’amico e designer Danilo Ragona, a presentare progetto creato per aiutare con il nostro grande amico Danilo Neri, progetto che li ha portati in giro per l’Italia a sperimentare l’accessibilità di attività sportive “estreme” e attività outdoor di tutti i tipi (come la raccolta di pomodori nei campi, ndr).

Per chi non lo sapesse, Luca è un architetto (collabora con il Politecnico di Torino e con altre realtà del territorio), un musicista (suona il basso negli Stearica, band di rock strumentale) e un atleta affermato (tennista per la Sport Happenings di Torino): classe ’77, a 19 anni l’incidente che lo ha reso paraplegico, senza però minare quella spinta vitale che oggi gli permette di fare tutto quello che vuole. Senza paura di sbagliarci, possiamo considerare Luca come uno degli esempi più calzanti di quella che, in gergo, viene chiamata vita indipendente. Noi di Disabili.com lo abbiamo intervistato, scoprendo gli aspetti più intimi del Paiardi uomo, musicista e sportivo.

Luca, sei architetto, musicista e tennista, quale delle tre passioni è nata per prima e quale puoi definire come “preponderante”?

Se mi permetti ne aggiungerei una quarta: viaggiare, inserita con grande soddisfazione nel progetto Viaggio Italia con Danilo. Anche se la passione per lo sport me la porto dietro fin da bambino, al primo posto metto sicuramente la musica: è stata la prima che sono riuscito a codificare nel modo giusto, in età adolescenziale, all’interno di un progetto che sentivo di voler portare avanti ed in cui ho sempre creduto. Per come la vivo io, la musica è un modo di parlare attraverso le emozioni, coinvolgendo se stessi e gli altri, lavora sulla parte interiore e non solo sul piano del divertimento. Detto questo, non stilerei una graduatoria di importanza, il tennis ed il viaggio sono comunque importanti e, per quanto possibile, sto cercando di trovare spazio per tutto. L’architettura, al contrario, la vedo più come professione che come passione, mi piace perché mi fa lavorare nel campo dell’accessibilità, permettendomi di offrire un aiuto concreto a chi ha bisogno.

Come insegna il detto, prima il dovere e poi il piacere…partiamo dall’architettura, come mai questa scelta di studio?

Ho deciso di studiarla in seguito al mio periodo di “fermo obbligatorio” a causa dell’incidente e, di conseguenza, al cambiamento del mio grado di mobilità. Da quel momento il mio approccio alla vita è totalmente cambiato: inizialmente avrei voluto studiare economia politica, ma quando capii che l’avrei scelta solamente per una questione di utilità lavorativa decisi di iscrivermi ad una facoltà che mi permettesse di esprimere la mia creatività.

Al momento stai praticando la professione?

Non la pratico nel senso stretto del termine ma lavoro per il Politecnico di Torino nell’Ufficio Tecnico, occupandomi di edilizia e di barriere architettoniche. Oltre a questo, mi occupo esternamente di progetti dove posso essere utile grazie alle mie conoscenze sull’argomento, seguendone lo sviluppo.

Dal punto di vista lavorativo, vorrei una tua opinione sull’attuale livello di inclusione delle persone con disabilità…

Fortunatamente abbiamo una legge sull’inclusione delle persone con disabilità che funziona abbastanza bene: secondo me dovremmo concentrarci di più sull’aspetto culturale che su quello normativo e prescrittivo, sia dal punto di vista delle aziende che da quello delle persone disabili. In Italia, purtroppo, esiste ancora una visione della disabilità tendente all’iper-protettività, specialmente quando il problema si riscontra fin dalla tenera età; in questo caso sono le famiglie che dovrebbero lavorare per rendere indipendenti e autonomi i propri figli il più presto possibile, comunicando fiducia e non paura.

Adesso ci divertiamo, parliamo di musica: suoni da vent’anni in una band di “post-rock strumentale”, gli Stearica, molto quotata nel panorama underground nazionale ed internazionale, com’è nata quest’avventura?

Già vent’anni, questo mi fa capire che gli adulti hanno sempre ragione quando dicono che il tempo vola! Tornando a noi, gli Stearica sono nati sui banchi di scuola, tra un’occupazione e l’altra. Dopo un inizio al Liceo Cattaneo, “liceo lager” che non mi permetteva di esprimere al meglio le mie qualità, mi spostai al Volta, scoprendo un approccio alla vita e allo studio totalmente diverso: lì conobbi il chitarrista e polistrumentista Francesco Carlucci, mio compagno di banco e di lotta. Qualche tempo dopo, tra un movimento studentesco e l’altro, incrociammo Davide Compagnoni e iniziammo a costruire quello che oggi sono gli Stearica.

Primo piano di Luca Paiardi durante un concerto degli Stearica

Uno dei paradossi della vostra band, da questo punto di vista, è che siete molto più conosciuti all’estero che in patria, come te lo spieghi?

Te la riassumo con una frase molto semplice: l’Italia è la patria del bel canto. Noi, al contrario, abbiamo scelto di rendere la nostra musica strumentale, avvicinandoci a suoni più sperimentali. In realtà ci sarebbero molte altre componenti da sviscerare, ma ogni cultura ha la sua musica, è pervasa da diverse correnti artistiche e musicali che vanno e tornano. In questo momento storico andiamo più forte all’estero che in Italia, ma ai concerti che facciamo qui c’è sempre e comunque un bell’approccio da parte del pubblico. Riassumendo, noi sperimentiamo e non abbiamo la voce, farci apprezzare in patria è un’impresa ostica ma, lo confesso, non perdiamo la speranza.

Nel 2015 è uscito il vostro ultimo lavoro discografico, Fertile, che vi ha portato (e porterà) a fare molte date in giro per l’Europa. Come sta andando? Qual è stata la risposta del pubblico live e in termini di vendite?

All’interno del nostro circuito è andato molto bene, ha avuto un sacco di riscontri positivi sia a livello di recensioni che di pubblico; inoltre, siamo reduci da due date importanti a Ginevra e al Dunk Festival di Zottegem in Belgio, uno dei più importanti in Europa per quanto riguarda generi affini al nostro. Comunque ritengo poco opportuno classificarci in un genere, siamo abbastanza trasversali e ci lasciamo influenzare molto dalla nostra ispirazione, la nostra musica va ascoltata. Per quanto riguarda i live, facciamo molte meno date rispetto ad un passato in cui ci avventuravamo in tour molto lunghi e duri a livello fisico. Adesso puntiamo più sulla qualità che sulla quantità: l’anno scorso, ad esempio, abbiamo suonato al Raw Power Festival di Londra, mentre ad agosto saremo all’ArcTanGent di Bristol.

La voce è totalmente assente nei vostri brani o, in passato, l’avete utilizzata?

L’uso delle parole è strumentale alla nostra musica, per questo abbiamo scelto progressivamente di abbandonarle basandoci di più sull’improvvisazione. Una volta che abbiamo accumulato un po’ di materiale, generalmente decidiamo cosa tenere dandogli una forma ben precisa, tirando fuori un brano fatto e finito. In realtà abbiamo fatto anche dei pezzi con la voce, ma sempre e comunque aggiungendola in un secondo momento, facendola risultare quasi fuori luogo. Non disdegniamo, comunque, la collaborazione cantanti di altre band: in Fertile, ad esempio, ci sono le voci di Scott McCloud dei Girls Against Boys e di Ryan Patterson dei Coliseum, anche se in quest’ultimo caso si tratta più correttamente di un “vocalizzo”.

Suoni uno strumento forse sottovalutato ma in realtà molto importante come il basso, come mai questa scelta?

Ho provato tutti e tre gli strumenti prima di convincermi: prima la chitarra, poi la batteria ed infine il basso. Mi piace perché è una via di mezzo, il collante in grado di seguire e muovere la parte armonica mentre, contemporaneamente, è appiccicato alla batteria a livello ritmico. Il basso rappresenta l’anello di congiunzione tra le due anime della nostra musica.

Essendo in carrozzina, come cambia il modo di suonarlo? Utilizzi degli accorgimenti particolari? Mi vengono in mente, ad esempio, gli effetti che normalmente si comandano con i piedi.

Da quando sono “seduto” il mio modo di suonare è un po’ cambiato: appena ho ricominciato ho provato a fare degli esperimenti modificando gli effetti per mantenere esattamente lo stesso tipo di tecnica che usavo con i piedi. Negli anni, soprattutto dal vivo, ho abbandonato questi tentativi sviluppando una modalità leggermente diversa, usando i momenti di vuoto per attivare/disattivare i pedali come “stacchi” voluti, creati apposta per avere un sound meno pulito, meno quadrato ma senza dubbio più personale. In questo modo, da un mio limite è nata una cosa molto particolare con cui giocare. Avrei potuto tranquillamente sbattermi per trovare un assetto tecnico ideale per tornare a fare come prima, ma alla lunga troppi giocattoli tecnologici infastidiscono: non faccio della tecnica il mio baluardo ma preferisco concentrarmi sull’empatia e sulla trasmissione di emozioni, che poi è la parte che più mi interessa nella musica.

Un’altra fetta importante della tua vita è rappresentata dal tennis: quando hai iniziato a praticarlo e perché?

Ho iniziato a giocare a tennis più di dieci anni fa: mio papà era un giocatore accanito e prima o poi avrei voluto imparare. Inizialmente ho provato da auto-didatta, ma chi pratica questo sport sa che, a meno che non ci si trovi davanti ad un grandissimo talento naturale, è necessario avere un maestro da cui apprendere la tecnica necessaria. Proprio per questo devo tutto alla mia “mamma sportiva” Margherita Vigliano, Presidente della mia squadra, la Sport Happenings di Torino. È stata lei a conquistarmi ed allevarmi trasmettendomi tutta la sua passione, il suo offrire senza mai chiedere nulla in cambio, mi ha permesso di divertirmi imparando la giusta tecnica ma soprattutto mi ha insegnato tanto dal punto di vista mentale; l’approccio mentale è fondamentale nel tennis.

Luca Paiardi che solleva un trofeo per la vittoria di un torneo di tennis

Il tennis in carrozzina è uno sport molto atletico dove serve grande forza, come sono i tuoi allenamenti?

Il tennis in carrozzina ha, effettivamente, una componente atletica molto importante: sotto questo punto di vista sono cresciuto costantemente, diventando sempre più competitivo a livello fisico. Come ti ho detto poco fa, però, è importantissimo allenare anche la parte mentale perché è quella che può continuamente essere migliorata nonostante l’avanzare dell’età. Tutto questo fa del tennis uno sport molto completo e questa è la cosa che più mi ha stimolato, negli anni, ad andare avanti. Ne approfitto per ringraziare tutti i coach che mi hanno seguito in questi anni: da Carlo Cora del Monviso Sporting Club a Cristina Gambarino, senza dimenticare la supervisione di Margherita Vigliano. Rispetto a qualche anno fa mi alleno meno: in passato facevo anche tre o quattro sedute alla settimana stando molto attento alla nutrizione; al momento, invece, visti i tanti progetti in ballo non faccio allenamenti continui ma tendo a selezionare alcuni periodi dell’anno, a ridosso dei tornei, impostando una preparazione intensiva specifica. Quando riesco a recuperare la forma fisica entra in gioco l’aspetto mentale, che curo in partita confrontandomi con giocatori e allenatori, senza il supporto di un mental coach.

I tuoi ultimi successi ti hanno portato ad occupare il 7° posto del ranking italiano. Sei soddisfatto o pensi di poter ambire a posizioni più alte?

Si tratta, in assoluto, del mio best ranking, ottenuto grazie all’attenta programmazione dei tornei durante l’anno e al bagaglio tecnico, tattico ed esperienziale accumulato nel tempo; il mio tennis sta crescendo ed, al momento, sto sfruttando al massimo le mie capacità. La speranza di salire in classifica c’è sempre e sento di avere ulteriori margini di miglioramento, una grossa mano me l’ha data anche la mia carrozzina nuova, molto più performante. Se posso muovere una critica al movimento del tennis in carrozzina, lo faccio chiamando in causa l’International Tennis Federation, che ha reso questo sport poco equo dividendolo in due categorie: tetraplegici (denominati, in gergo, quad) e resto del mondo. È proprio in questo resto del mondo che vengono raggruppate persone paraplegiche, con disabilità molto importanti e con grandi problemi di equilibrio, e persone praticamente normodotate con disabilità più lievi, più leggere e più veloci. A mio avviso ci vorrebbe più attenzione da parte della federazione internazionale, che dovrebbe studiare una classificazione più equilibrata.

Cosa diresti per incoraggiare un giovane con disabilità, magari reduce da un intervento in unità spinale, a intraprendere la carriera sportiva o musicale?

Credo che ognuno di noi, e a maggior ragione chi si trova a vivere difficoltà maggiori rispetto alla propria condizione precedente, dovrebbe fare quello per cui si sente portato e vivere una vita piena. Puoi programmare tutto quello che vuoi e affidarti al futuro senza avere la piena certezza di avverare tutti i tuoi sogni, proprio per questo è importantissimo non rimandare a domani tutto ciò che puoi fare oggi. Pensare al presente è uno dei segreti per essere felici, indipendentemente dal fatto che una persona riesca o meno a realizzare ciò che vuole.

Concludiamo con l’ultima avventura che hai intrapreso con il tuo amico designer Danilo Ragona, Viaggio Italia, di cui si è parlato molto anche su testate di primissimo ordine. Non volendo ripetere cose probabilmente già dette e conosciute, posso chiederti un bilancio parziale dell’iniziativa?

Viaggio Italia è un progetto molto ampio che include al suo interno molte tematiche: dall’accessibilità alla tecnologia, dal turismo allo sport. Personalmente, credo che molte delle cose che sono state dette e fatte nel corso dell’ultimo anno andassero rese pubbliche e condivise con il maggior numero di persone possibile. Se proprio dovessi fare un bilancio, ritengo che sia in costante crescita ed espansione, con Danilo siamo riusciti a trovare una chiave interessante per raccontare la nostra esperienza e quella di aziende e servizi molto interessanti che operano nel campo della disabilità.

Luca Paiardi e Danilo Ragona assieme all’aeroportoQuali saranno gli sviluppi futuri del progetto?

L’obiettivo è quello di allargarci anche all’estero: a settembre punteremo alla Spagna, destinazione Fuerteventura. Per questo abbiamo deciso di adottare una formula diversa da quella precedente: faremo un viaggio “diffuso”, più lungo e con tanti appuntamenti per raccontare e far conoscere moltissime realtà che stiamo contattando. Tra le altre cose, scopriremo diversi sport, attività all’aria aperta e associazioni attive sul territorio con progetti dedicati alle persone con disabilità. Uno dei nostri obiettivi è anche quello di presentare le iniziative locali come un’opportunità di business, far capire che il mondo della disabilità non è fatto solo di assistenzialismo ma anche di impresa sociale, un aspetto che, in Italia, non è ancora stata codificato al meglio. Parallelamente stiamo portando avanti delle collaborazioni, come quella con MateraMare o l’ultimissima per la promozione delle attività sportive nel Monferrato. Per chiudere, ci tengo a promuovere il progetto creato per aiutare con il nostro grande amico Danilo Neri, ragazzo paraplegico per cui avevamo attivato una raccolta fondi per l’acquisto di un furgone che gli permettesse di essere trasportato nella vita quotidiana e di riprendere una delle sue più grandi passioni, viaggiare. Siamo felici di comunicare che, proprio grazie a questo furgone, praticheremo downhill con l’Associazione Freewhite di Sestriere.